Il Gatto ed il cervello.

Di Giovanni Amerighi

 

Inizia qui un libro a capitoli che seguirà ad ogni uscita del Notiziario.

 

 

Lungo un piccolo sobborgo, camminava un gatto randagio di nome Beniamino in cerca di cibo. Razzolando qua e là, vicino ad un cassonetto dei rifiuti, vide luccicare una specie di lampada che ne attrasse l’attenzione. Avvicinandosi si accorse che aveva un odore piacevole e cominciò a strofinarvisi contro lisciandosi il pelo. Tutto ad un tratto cominciò a fuoriuscire dalla lampada una polvere dorata che prese le sembianze di un vecchio panciutello mago.

“Oh, finalmente!”, esclamò il mago e proseguì: “chi è quel fortunato uomo che godrà della mia magia!”

“Chi è quel fortunato gatto vorrai dire!” rispose il micio da dietro il cassonetto dove intanto si era rifugiato.

“Beh, un fatto insolito, ma tu mi hai liberato e tu potrai chiedermi due desideri che io esprimerò senza batter ciglio, ma ti devo avvertire: valuta bene la tua richiesta e non esser precipitoso. Due e non più di due!”

Beniamino si mise così a pensare. “Allora, io sono randagio quindi potrei chiedere di trovare un padrone che mi accolga in una bella casa, che mi lisci il pelo diverso tempo al giorno, che mi tenga ben pulito e soprattutto mi dia da mangiare ogni giorno!.” Meditando su questo pensiero aggiunse “ però così facendo rischio di perdere la mia libertà e magari poi potrei pentirmene, in fondo vivo da sempre libero. Al massimo potrei chiedere di non aver più problemi a trovare cibo così potrei continuare a godere della mia libertà”. Dopo un quarto d’ora che cercava di trovar la miglior richiesta possibile ecco che i suoi occhi si illuminarono: “Un cervello come quello degli uomini! Ecco cosa mi ci vuole! Così potrei affrontare qualsiasi problema trovando soluzioni logiche e in più sarei il gatto più intelligente nel mondo ponendomi in cima alla scala felina!”. “Mago, mago, voglio un cervello come quello degli uomini presto!”.

“Se questo è ciò che desideri, questo è ciò che avrai!” con un rapido movimento del dito il mago espresse il desiderio del gatto. “Adesso hai un cervello come quello degli uomini, il tuo primo desiderio è stato esaudito. Ricorda che sono in debito ancora di uno e quando vorrai basterà semplicemente che tu dica: Mago Mio, ho pronto il mio desìo!".

Da quel momento, per Beniamino cominciò una rapida scalata verso il successo nel mondo felino, al punto di essere rispettato, stimato e temuto da ogni gatto incontrato.

L'istinto dei felini, percepiva subito una netta superiorità in Beniamino che, per canto suo, non esitava a esibire compiendo azioni che gli altri gatti non erano abituati a vedere. Passava il tempo, i giorni scorrevano inesauribili su Beniamino che un bel giorno, si trovò con quattro figli e un bel po di cose da insegnare. Rogiolo, Briciolo, Rosico e Discolo erano quattro teneri micetti che cominciavano a vedere che il mondo andava oltre il piccolo rifugio dove la mamma li allattava. Rogiolo, il più astuto, era solito comandare su tutti grazie anche alla sua statura un po più grossa degli altri. Il suo pelo era grigio vellutato che aveva preso dal nonno Bartolomeo, certosino di razza pura padre di Beniamino. Una piccola macchietta bianca sul sopracciglio lo rendeva figlio assoluto di Nuvola, sua madre, che come un marchio di fabbrica, ne dotava sempre la prole. Nuvola era una bellissima persiana bianca, con un istinto materno impressionante che aveva avuto fin dalla tenera età, quando accudiva tutti i gattini abbandonati o orfani che trovava per strada. Briciolo, il secondo arrivato, era bianco come la madre, con un pelo né corto ne lungo e con la macchietta sul sopracciglio nera. Era un gatto calmo, pigro fino all’inverosimile ma sempre pronto ad attivarsi quando c’era da ascoltare una storia del padre. Rosico, il terzo fratello, era di un rosso striato, acquisito sicuramente dai geni del nonno da parte di madre. Lui si trovava sempre a sgranocchiare qualcosa, sia che fosse cibo o soltanto un sasso. Il suo nome gli era stato dato perché da subito dopo la nascita, aveva morso talmente il capezzolo della madre per succhiare il latte, che si era dovuti ricorrere a pause di un ora fra una poppata e l’altra. Discolo, come dice il nome, era la peste in persona. Sembrava che tutti i suoi piccoli muscoli fossero dominati dall’argento vivo. Il giorno passava sempre troppo veloce per lui e la notte gli sembrava sempre troppo lunga.

Beniamino, fiero della sua piccola famiglia, utilizzava le proprie doti per non far mancar niente a nessuno e per proteggere tutti fino all’età adulta. Il suo giorno passava insegnando tutto ciò che gli era possibile ai figli e la sera, amava raccogliere tutti intorno a lui per raccontare storie, esperienze e pensieri dal famoso giorno in cui aveva ricevuto il cervello.

Una sera, finito di mangiare, radunò tutti i figlioletti sotto una vecchia tettoia e cominciò a raccontare…

Al Prossimo numero.