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Marted́, 24 Marzo, 2009
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Ricordo il Natale del 1970 quando in sella al mio motorino nuovo andavo al lavoro. Era ancora buio e un freddo paralizzante, il mio viso era l’unica parte scoperta di me e nonostante la brezza mi prendesse a schiaffi, la mia felicità aumentava a mano a mano che mi impadronivo della strada. Non incontrai nessuno lungo il percorso, per questo mi divertivo con l’incoscienza della giovinezza a fare zig-zag con le ruote in mezzo alle strade deserte. Le luci degli alberi esaltavano l’atmosfera del Natale, il silenzio mi faceva sentire ancora più viva e padrona del mondo, ma la ragione vera della mia gioia era là dove stavo andando e chi mi aspettava.
Avevo diciotto anni e una qualifica di assistente all’infanzia, da poco ero stata assunta in un istituto per bimbi abbandonati.
Ma il vero diploma era dentro il mio cuore , quel senso di missione che ho sempre
sentito nei lunghi anni trascorsi con i bambini.
Sapevo perché il destino mi aveva portato lì, c’era qualcosa di profondo che
mi legava a quei piccoli: all’età di due anni la T.B.C. mi aveva costretta un anno in Sanatorio . Ho pochi ricordi di quel periodo e qualche foto sbiadita come era sbiadito il mio sguardo. La sensazione di essere abbandonata si è ripetuta in tante altre occasioni della mia vita procurandomi forti paure. Così appena il tempo di crescere e la mia incredibile vita, in cui niente è casuale, mi ha permesso di entrare in contatto con la mia sofferenza attraverso gli occhi di quei bimbi. Non mi poteva accadere niente di più bello e nella mia spensieratezza giovanile ero consapevole della grande responsabilità che avevo nei loro confronti. Con tutta l’energia che traboccava dal mio essere, li ho amati quanto avrei voluto essere amata io da piccola. Li facevo ridere, giocare, mi prendevo cura dei più brutti, di quelli che tutti evitavano per i loro difetti. Nell’istituto ho scoperto che solo con i bambini il dare e avere è così semplice . La situazione lavorativa era pesante: 56 ore alla settimana, dovevo accudire venti bimbi da sola per sette ore e poi pulire anche la stanza. La notte, il turno era di dieci ore ed eravamo soltanto due ragazze con sessanta bambini in un edificio deserto, ma non ho mai avuto paura . Ho dato tutta me stessa: a volte li avrò trascurati o fatti piangere, oppure brontolati ma anche in quei momenti li amavo e loro lo sentivano. I bambini sono dei piccoli sensitivi: percepiscono i nostri stati d’animo, ascoltano attentamente le parole, sanno leggere nei nostri occhi.
Sono preziosi e limpidi come fragili cristalli e come tali dovremmo tutti averne cura.
Talvolta ci mettono in contatto con la nostra anima e ne raccolgono i frutti più belli, talvolta ci fanno confrontare con le nostre debolezze e ne raccolgono i i frutti più amari.
Durante gli anni trascorsi in istituto ho vissuto la profonda miseria: non solo per le condizioni di sofferenza dei bambini ma anche per l’indifferenza e il disprezzo di alcune educatrici che schernivano quelli più in difficoltà. Al contrario ho assistito alla più alta espressione dell’amore e della compassione. Ho visto scene bellissime di genitori adottivi che incontravano per la prima volta il bambino loro affidato e qualsiasi difetto fisico o psichico avesse lo accoglievano come il più bel dono che la vita gli avesse fatto.
Sono testimone di quali miracoli possa fare l’affetto e la dedizione.
Dopo poche settimane tornavano a trovarci e i piccoli erano irriconoscibili dai progressi e dall’espressione felice dei loro volti. Ricordo una bambina particolarmente chiusa in sé: a due anni non camminava e non parlava, se ne stava seduta dondolando tutto il giorno, perfino il suo sguardo era velato. Durante le prime visite della madre adottiva, iniziò a chiamarla “mamma”. Fu dimessa e quando dopo due mesi tornò a trovarci camminava. A volte per le Feste Natalizie noi educatrici potevamo portare a casa uno dei bambini. Io presa dall’entusiasmo portai Brunella a casa per Natale.
In due giorni era irriconoscibile tanto che non osavo più riportarla indietro, così presi le ferie e passai 10 giorni con lei. Lo strazio che provai nel riportarla in Istituto mi fece decidere di non farlo mai più.
Fortunatamente dopo sei anni l’istituto è stato chiuso, i bimbi dati in adozione o in affido. Io ho continuato a fare l’educatrice negli asili nido fino ad oggi che scrivo: ma quei bimbi la sera tornano a casa. Ora che la mia missione è conclusa penso: se la mia triste esperienza infantile, con tutte le cicatrici che mi ha lasciato, è stato il prezzo per amare così tanto i bambini, sono stata largamente ripagata da tutto l’amore e la felicità che mi hanno dato loro, giorno per giorno per ben 38 anni!
Di quella prima sconvolgente esperienza che mi ha mostrato gli estremi del bene e del male, è rimasto il ricordo ancora chiaro di alcuni bimbi, i loro volti e i loro nomi. In particolare un bambino che mi ha strappato l’anima. Si chiamava Simone, oggi è un uomo di 40 anni, non era il mio preferito ma il più sofferente perché aveva vissuto con la madre e non si rassegnava all’istituto . Non ho potuto fare a meno di dare quel nome al mio primo figlio.

Secondo Premio al concorso letterario “ Prato un Tessuto di cultura 2009 “